L’ORTO BOTANICO DI ROMA


Nel cuore di Trastevere, uno dei quartieri più frenetici e caratteristici di Roma, si apre un’oasi di tranquillità e pace sconosciuta ai più: l’Orto Botanico.

Ci troviamo fra via della Lungara e il colle del Gianicolo, in un’area di 12 ettari che, ai tempi dell’antica Roma, era denominata Horti Getae. Oggi fa parte del sistema dei Musei della Sapienza Università di Roma.

Se avete bisogno di immergervi in una natura rigogliosa e volete scovare qualche curiosità, questo è il posto che fa per voi: passeggiate tra le oltre 3000 specie vegetali qui presenti e date un’occhiata ai reperti archeologici e alle fontane monumentali disseminate lungo i viali.

#UN PÓ DI STORIA: l’orto botanico venne inizialmente istituito da papa Niccolò III nella seconda metà del XIII secolo all’interno dei Giardini Vaticani. Nel 1660 papa Alessandro VII volle che l’Università avesse un suo orto botanico, posto sul Gianicolo; nel 1820 venne spostato nel giardino di Palazzo Salviati alla Lungara. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1873, venne nuovamente spostato nel giardino dell’ex convento di San Lorenzo, a via Panisperna, per poi trovare la sua sede definitiva nei giardini di Palazzo Corsini nel 1883, quando passò nelle mani dello Stato Italiano.


Il Roseto
Foto di Martina
TIP: biglietto di ingresso intero 8€, ridotto 4€ (6-11 anni, 65+ anni, soci FAI), gratis (0-5 anni, diversamente abili, dipendenti e studenti della Sapienza Università di Roma).

345 alberi monumentali ultrasecolari di 130 specie diverse vi offriranno riparo dalla calura estiva; il bosco di bambù, una tra le collezioni più ampie d’Europa, vi affascinerà con i suoi giochi di luci e d’ombre; i colori del roseto, con le sue 250 varietà di rose, colpiranno il vostro sguardo. Seguite il rumore dell’acqua per scoprire le fontane storiche: la Fontana dei Tritoni, realizzata nel 1742, con al centro un gruppo in travertino raffigurante due tritoni che sorreggono un canestro di fiori e frutta; le cosiddette Quattro Fontane, distribuite in asse lungo la parte piana dell’orto; la Scalinata delle Undici Fontane, iniziata su progetto dell’architetto Fuga nel 1742, composta da una scalinata con cinque vasche digradanti dalle quali sgorgano undici getti d’acqua.


La Fontana degli Undici Zampilli
Foto di Martina
Perdendosi tra i profumi e le fioriture, si incontrano molte serre che preservano ricche collezioni. La Serra Francese, chiamata così perché costruita tra il 1883 e il 1884 dalla ditta Mathian di Lione, ha una struttura di centine in ferro curvato, decori in ferro battuto e vetri sovrapposti, e racchiude centinaia di succulente; la Serra Tropicale ospita oltre 200 specie di ambienti tropicali e subtropicali, organizzate in aree, ciascuna delle quali dedicata ad una particolare tematica; la Serra Corsini, del XIX secolo, è la prima serra calda realizzata nel giardino di Palazzo Corsini; infine, la Serra Monumentale, costruita nel 1877 sempre dalla ditta Mathian, ospita una cospicua collezione di piante carnivore.

Il fiore all’occhiello dell’orto botanico è il Giardino Giapponese, realizzato secondo il modello del Kayushiki Teien, il Giardino da Passeggio, con giochi d’acqua, piccole cascate e due laghetti. Ad Aprile l’hanami, la fioritura dei ciliegi, è uno spettacolo da non perdere per vivere questa magia senza dover prendere un aereo!


Il Giardino Giapponese
Foto di Martina
TIP: il termine hanami in giapponese descrive l'usanza di godere e gioire della fioritura primaverile.


L’Orto Botanico è aperto tutti i giorni dell’anno, quindi non avete scuse: dovete assolutamente trovare un ritaglio di tempo per andare a scoprire questo angolo di Roma!

SALERNO, LA PORTA D’ACCESSO ALLE MERAVIGLIE DEL CILENTO E DELLA COSTIERA

Tutto ciò che c’è da sapere e da vedere

 

Salerno subisce la concorrenza della vivace Napoli e delle località glamour della Costiera Amalfitana ma cela un centro storico caratteristico e ricco di bellezze, dove chiese medievali si affiancano a trattorie e dove gli stretti vicoli sono animati dal calore e dall’allegria tipici del Sud Italia.

E' il punto di partenza perfetto per esplorare i magnifici dintorni, dal vicino parco archeologico di Paestum, alla magnifica Certosa di Padula, dai borghi della Costiera Amalfitana, al Parco Nazionale del Cilento: insomma, non mi annoierò sicuramente!

Ho raggiunto Salerno in treno: da Roma, le possibilità sono diverse, dal più costoso Freccia Rossa, al Freccia Argento, opzione che ho preferito visto il prezzo nettamente inferiore! 

Per quanto riguarda l’albergo, ho faticato un po’ a cercare una struttura che mi convincesse ma, alla fine, Booking non mi ha deluso: Suite Palazzo Luciani è un B&B in un palazzo d’epoca, a due passi dal centro storico e dal famosissimo Lungomare Trieste. Le stanze sono enormi e confortevoli e la colazione, nonostante l’emergenza Covid, molto ricca; ma il valore aggiunto della struttura è la gentilezza e disponibilità del personale!

 

Ma ora, veniamo a noi: andiamo alla scoperta della città!

Sebbene Salerno sia molto estesa, si visita comodamente a piedi, visto che le principali attrattive (fatta eccezione per il Castello di Arechi) sono racchiuse nel centro storico e nelle zone adiacenti.

Partiamo da via Mercanti, una delle più antiche della città; risalente al Medioevo, oggi come allora è il cuore commerciale di Salerno, legata alle stoffe e ai vestiti come ci ricorda il suo antico nome, “Drapparia”.

TIP: i “drappi” erano i tessuti commerciati dal principato longobardo di Salerno.

Cortile del Duomo di Salerno
foto di Martina


La via è lunga più o meno un chilometro, dall’Arco di Arechi, appartenuto all’omonima Reggia Longobarda, a piazza Portanova, dove inizia la Salerno moderna. Lungo di essa, nel mese di novembre e dicembre , si susseguono decine di installazioni luminose che danno vita alla rinomata manifestazione Luci d’Artista. Sono molti i palazzi storici che vi si affacciano, a partire da Palazzo Pinto, sede della Pinacoteca Provinciale (ingresso gratuito), e Palazzo Carrara, così come le chiese, tra le più significative. Una facciata maiolicata di blu e rosso colpirà la vostra attenzione, così come è successo a me: è il Museo Virtuale della Scuola Medica Salernitana. Il piccolo museo si serve della tecnologia tridimensionale e interattiva per divulgare i principi e gli insegnamenti della gloriosa scuola medica salernitana. Fondata intorno al IX secolo, essa divenne il principale centro del sapere medico dell’Europa medievale, raggiungendo il suo apice nell’XI secolo (biglietto d’ingresso 3€).

Circa a metà della lunga via Mercanti, incrocerete l’altrettanto antica Via Duomo che conduce alla maestosa Cattedrale cittadina. Considerata una delle più belle chiese medievali di tutt’Italia, venne costruita dai Normanni nell’XI secolo e rimaneggiata nel XVIII secolo; è dedicata a San Matteo Evangelista, patrono cittadino, le cui spoglie sarebbero state trasportate a Salerno nel 954 e sepolte nella magnifica cripta al di sotto dell’altare maggiore. La Porta dei Leoni è il pregevole portale d’ingresso risalente al XII secolo che da accesso ad un atrio porticato dove si ammira l’alto campanile, anch’esso del XII secolo. L’accesso alla chiesa avviene tramite imponenti porte bronzee realizzate a Costantinopoli nell’XI secolo. Dell’originaria struttura rimangono pochi elementi: il pavimento del coro, parti del transetto e i due pulpiti rialzati di fronte agli stalli del coro. I mosaici policromi duecenteschi che la decorano sono straordinari e ricordano quelli paleocristiani di Ravenna; degna di nota è la Cappella delle Crociate, decorata con affreschi e mosaici di una bellezza disarmante. Il nome della cappella deriva dal fatto che al suo interno venivano benedette le armi dei crociati.

Il Giardino della Minerva
foto di Martina


Addentrandoci lungo i vicoli in salita del centro storico, si raggiunge l’edenico Giardino della Minerva, un luogo magico della città. Situato in una zona che nel Medioevo era chiamata “plaium montis”, il viridario era proprietà della famiglia Silvatico sin dal XII secolo. Fu nei primi anni del XIV secolo che il maestro Matteo Silvatico vi istituì un giardino dei semplici, antesignano di tutti gli orti botanici europei. La Scuola Medica Salernitana usava questo hortus per insegnare agli allievi l’uso delle erbe officinali. Immerso nella pace, è composto da diversi livelli che si raggiungono tramite pergolati ombreggiati, i quali offrono un’incredibile vista sul Golfo di Salerno. Se volete godervi in santa pace questo magnifico panorama, accomodatevi in uno dei tavoli della tisaneria e sorseggiate un buon infuso! (costo del biglietto 3€)

 

Alla Scuola Salernitana è legato un altro luogo della città, l’Acquedotto Medievale, o meglio, i suoi resti. Proprio sotto le sue arcate, intorno all’anno 1000, in una notte di tempesta, si dice che vi si ritrovarono casualmente i quattro fondatori, l’arabo Adela, il greco Ponto, l’ebreo Elino e il latino Salerno.

Le scale di via Velia
foto di Martina



Le vicine scale di via Velia, rendono omaggio tramite la street art, ad un illustre cittadino salernitano, Alfonso Gatto. Girotondo e altre rime tratte dall’antologia dell’anima del poeta colorano questo angolo della città grazie all’estro della famosa street artist romana Alice Pasquini.

Continuando a passeggiare per il centro, sono tante le strade caratteristiche che risalgono all’impianto medievale cittadino (via Botteghelle, via dei Barbuti, vicolo della Neve) e che conducono ad alcuni famosi monumenti, come la Fontana dei Pesci a Sedile del Campo, attribuita al Vanvitelli, e il Complesso di San Pietro a Corte. Quest’ultimo ha avuto, nel corso dei secoli, diverse destinazioni d’uso: nato come complesso termale in epoca romana, divenne chiesetta e cimitero nei primi secoli dell’era cristiana, poi Cappella Privata del principe Arechi II e, infine, nel Medioevo, parlamento e luogo di conferimento delle lauree della Scuola Salernitana (ingresso gratuito).

 

Fontana dei Pesci
foto di Martina


Camminando per Salerno, vi accorgerete subito di come la città abbia una certa attenzione alla street art. Esiste un intero quartiere, il Rione Fornelle, che nel 2015 è stato oggetto di un’importante riqualificazione artistica, promossa dalla Fondazione Alfonso Gatto. Numerosi artisti sono intervenuti dando vita, attraverso i loro murales, ad un vero e proprio museo a cielo aperto.

TIP: il rione ha origini medievali e nacque come primo insediamento di abitanti provenienti dalla Costiera Amalfitana; fulcro del quartiere, completamente trasformato dall’alluvione del 1954, è piazza Matteo d’Aiello con la sua Fontana delle Fornelle (XVII secolo).

 

Fontana delle Fornelle
foto di Martina


Ogni volta che alzerete lo sguardo, in qualsiasi parte della città vi troviate, noterete l’imponente mole del Castello di Arechi, il monumento simbolo di Salerno, situato a 263 metri d’altezza. Venne eretto nell’VIII secolo sulle fondamenta di una precedente fortezza bizantina dal duca longobardo di Benevento Arechi II; l’austero maniero venne modificato, in seguito, dai Normanni e dagli Aragonesi, per poi essere abbandonato nel XIX secolo. Oggi ospita un piccolo museo che illustra la storia di Salerno e dei suoi antichi mestieri.

TIP: il castello si raggiunge con l’autobus 19 che parte da piazza XXIV Maggio; merita una visita per la splendida vista che regala sull’intero golfo cittadino! Biglietto d’ingresso 4€.

 

Il Castello di Arechi
foto di Martina


Non mi rimane che parlarvi del Lungomare Trieste, considerato negli anni ‘50 il più bello d’Italia. Il viale è lungo circa due chilometri ed è formato da tre viali che corrono paralleli al centro storico, alberati con palme, pini e tamerici. Alla fine del lungomare si trovano la Villa Comunale, luogo di ritrovo per eccellenza dei cittadini, e la Spiaggia di Santa Teresa, la spiaggia dei salernitani.

 

Scialatielli ai frutti di mare, ristorante Mamma Rosa
foto di Martina


Una città non è fatta solo di monumenti ma anche di locali dove poter gustare la genuina cucina tipica. Ecco qualche indirizzo:

Il ristorante Cicirinella, nascosto dietro il Duomo, unisce un ambiente intimo ed accogliente ad una cucina tradizionale, presentata con estrema cura dei dettagli. Pochi piatti, tutti deliziosi, vi faranno innamorare (se già non lo foste!) della cucina campana: imperdibili la zuppa di cozze e la pasta con ceci e vongole! (Prezzo a persona 25€)

La Trattoria Mamma Rosa, a conduzione familiare, è il locale perfetto se cercate piatti a base di pesce che rispettino la tradizione campana; il menú cambia molto spesso, in base all’ispirazione mattutina della cuoca che è proprio l’energica sig.ra Rosa. Un consiglio: prenotate con largo anticipo, i tavoli sono sempre pieni! (Prezzo a persona 25€)

Se si mette piede in Campania non si può non mangiare la pizza.

 

La pizza di Granammare
foto di Martina


Salerno Centro Pizza Gourmet, lungo la centralissima via Roma, la prepara seguendo le antiche ricette. Ai sapori classici campani viene aggiunto un tocco di originalità, usando sempre prodotti stagionali a km 0.

(Prezzo 18€)

Granammare, a due passi dal forte La Carnale, in via Lungomare Tafuri, affianca alla bontà della pizza, dai gusti sia classici  che rivisitati, quella dei fritti d’autore, tutti espressi e tipici della tradizione campana: la montanara è eccezionale!

(Prezzo 20€)

 

Come vi ho accennato all’inizio, Salerno è il punto di partenza perfetto per andare alla scoperta dei bellissimi dintorni. Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è una delle mete meno rinomate della regione, contraltare alle più famose spiagge della Costiera; è uno straordinario insieme di boschi, prati e spettacolari montagne, fiumi e cascate; è punteggiato da 80 tra cittadine e borghi posti sulla sommità delle colline, rendendolo il secondo parco nazionale più grande d’Italia. Ai suoi confini si trovano i magnifici templi di Paestum e la Certosa di San Lorenzo a Padula, che nel 1998 hanno fatto assegnare al parco lo status di Patrimonio dell’Umanità.

La Certosa di Padula
foto di Martina


Desideravo visitare la Certosa da tempo e, per questo, ho deciso di affittare la macchina in uno dei tanti noleggi nella zona della stazione, visti gli scarsi collegamenti tra Salerno e Padula. 

Dopo circa un’ora di tragitto, si raggiunge uno dei più grandi monasteri dell’Europa meridionale. La Certosa di San Lorenzo venne costruita nel 1306 e occupa una superficie di 250.000 mq, con 320 tra camere e saloni, 13 cortili, 52 scale e 41 fontane. Il suo aspetto attuale, marcatamente barocco, è dovuto ai rifacimenti che subì tra il 1583 e il 1779. Viste le dimensioni spropositate, vi consiglio di non perdervi lo splendido cortile centrale, la biblioteca rivestita di pannelli lignei, le cappelle affrescate, l’imponente doppia scala e la cucina. Proprio qui si narra che, nel 1534, sia stata preparata una mitica frittata di 1000 uova per l’esercito dell’imperatore Carlo V d’Asburgo. Cercate di non smarrirvi negli oltre 2500 metri di corridoi, gallerie e passaggi! (biglietto d’ingresso 6€)

La Certosa si trova ai piedi della cittadina di Padula che vale una visita perché luogo natale di Joe Petrosino. Sapete chi è? È il famoso poliziotto italo-americano che dedicò la sua vita alla lotta alla mafia. Nato a Padula nel 1860, nel 1873 emigrò con tutta la famiglia a New York. Per investigare sui legami tra mafia americana e siciliana, Petrosino si recò a Palermo nel 1909, dove venne brutalmente assassinato. La sua casa natale è diventata un museo, l’unico dedicato ad un rappresentante delle forze dell’ordine, volto a sensibilizzare sulla storia dell’immigrazione e ad attualizzare il lavoro di Petrosino, che intuì per primo la gravità e pericolosità del fenomeno mafioso. (biglietto d’ingresso 4€)

Potrei mai lasciare Padula senza pranzare? Non sia mai! Dopo i chilometri macinati tra i corridoi della Certosa e lungo i sali scendi del borgo, la Trattoria degli Ulivi è il posto giusto dove rifocillarsi. Il ristorante è rimasto legato agli anni Settanta negli arredi, ma i piatti espressi del giorno sono gustosi, le porzioni abbondanti e i prezzi eccezionali (menú completo 13€).

Il borgo di Teggiano
foto di Martina


Prima di far rientro a Salerno, ho fatto due deviazioni, una culturale ed una mangereccia.

Partiamo dalla prima, il borgo di Teggiano, a 15 km da Padula. Questo è sicuramente il più affascinante tra gli 80 paesini all’interno del Vallo di Diano, con la sua spirale di vicoli. Abbarbicato su un dolce pendio, affonda le sue radici nel periodo normanno e medievale, come si nota dalle sue chiese (ce ne sono ben sei!), dal Castello Sanseverino (di proprietà privata) e dalle sue viuzze acciottolate.

La Zizzona del caseificio La Fattoria

La seconda deviazione è all’insegna dei prodotti a km 0. Se vi dico Battipaglia, a cosa pensate immediatamente? Alla mozzarella, è scontato! Ma il Caseificio la Fattoria ha creato un prodotto unico: la Zizzona, una mozzarella 100% latte di bufala dalla strana forma, che ricorda un seno femminile. Le sue dimensioni vanno da 1 a 10 kg ed esaltano il gusto e la consistenza della mozzarella. Il caseificio ha allestito tavoli all’aperto per poter gustare tutti i suoi prodotti: ho fatto merenda con una zizzona da 1 kg ripiena di parmigiana di melanzane, una goduria! C’è anche lo shop dove poter acquistare la zizzona del peso che preferite ed è attivo il servizio di spedizione in tutt’Italia.

Ma quant’è bello il nostro paese? Appena giriamo lo sguardo, si scoprono meraviglie storiche e culinarie!

 

Vi è piaciuto questo piccolo tour della Campania?

Prossima tappa è la stilosa Costiera Amalfitana!

Se adorate la Campania, consultate gli articoli già usciti su Napoli, Pompei ed Ercolano, Cuma, Baia e Pozzuoli e Caserta.

 

MONTELEONE SABINO

La tranquillità nel cuore della Sabina

La zona della Sabina, a nord est di Roma, racchiude un paesaggio boschivo ricco di viti ed ulivi, puntellato da castelli risalenti al periodo altomedievale, disposti sulla cima di dolci colline. Lungo la via Salaria, la strada che collega la Capitale alla Sabina, si incontrano caratteristici borghi, come Castel di Tora e Rocca Sinibalda e luoghi di raccoglimento spirituale, come l’Abbazia di Farfa.

Oggi vi voglio parlare di un altro bel borgo medievale della zona, Monteleone Sabino, adagiato sulle propaggini meridionali dei Monti Sabini, in un territorio attraversato dal fiume Farfa.

TIP: da Roma si raggiunge in circa un’ora di viaggio (62 km).

Le sue origini vanno indietro nei secoli, al periodo della popolazione italica dei Sabini che qui aveva fondato la città di Trebula Mutuesca, divenuta poi municipium romano.

TIP: ancora oggi presso la Valle Pantano è possibile vedere i resti di un imponente anfiteatro romano, realizzato a partire dal I secolo a.C., quando l’intera Sabina era stata conquistata dall’avanzata delle truppe romane.

Una passeggiata nel centro storico altomedievale di Monteleone vi farà capire come la sua storia si intrecci fortemente con quella di Santa Vittoria. Il suo culto unisce idealmente Monteleone con Subiaco, Farfa e Bagnoregio, solo per citare alcuni paesi del Lazio, spingendosi fino all’Abruzzo, alle Marche e al Piemonte.

Il Santuario di Santa Vittoria
Foto di Martina
Nell’antica città di Trebula Mutuesca il 18 Dicembre del 253, Vittoria venne martirizzata: leggenda vuole che la santa liberò la zona dalle minacce di un drago facendo convertire la popolazione al cristianesimo, ma venne uccisa quando si rifiutò di adorare la dea Diana.
Il Santuario a lei dedicato nella Valle Pantano celebra la devozione che, per secoli, l’ha vista protagonista. La maestosa costruzione di epoca romanica sorge su di un’altura, circondata da un piazzale a giardino. La chiesa, consacrata nel 1171 e rimaneggiata nel XV secolo, è uno dei più pregevoli esempi di architettura romanica in tutto il Lazio. Dalla navata centrale si accede alle catacombe dove fu sepolta Santa Vittoria e sulle quali sembra sia stato realizzato un primo edificio religioso già nel IV secolo.
La cosa che più vi colpirà ad un primo sguardo sarà il candore della facciata, realizzata interamente in marmo bianco e pietra. Ad un’osservazione più attenta, non vi sfuggiranno i bellissimi girali d’acanto che decorano il portale d’ingresso.

TIP: tutta la zona del reatino e quindi anche Monteleone, è legata ad un’altra figura di grande rilevanza spirituale, San Francesco d’Assisi. La Via Francigena di San Francesco tocca i luoghi in cui ha vissuto il santo, attraverso santuari, eremi, antiche foreste e borghi medievali che ispirarono l’amore di San Francesco per la natura e per tutte le sue creature. Nel tratto che da Rieti giunge a Roma, alla basilica di San Pietro, il percorso attraversa la Sabina passando davanti al Santuario di Santa Vittoria e agli scavi di Trebula Mutuesca a Monteleone Sabino.

Per concludere in bellezza la giornata, cosa c’è di meglio di un buon pranzo immersi negli ulivi?

Agriturismo Villa Falconi
Foto di Martina
In una frazione di Monteleone, Ginestra Sabina, mi sono imbattuta casualmente nel cartello che indicava l’agriturismo Villa Falconi; mai deviazione fu più azzeccata! In un parco di oltre 2500 ulivi si trova la magnifica villa dei Conti Falconi, in stile veneto, oggi trasformata in un b&b d’eccezione; qui, inoltre, si produce uno straordinario olio biologico, dall’acidità molto bassa. L’azienda agricola vanta anche 20 ettari di bosco, dove pecore, cavalli, daini, caprioli e lepri vengono allevati in semilibertà e in modo naturale.
Assaggiare i prodotti tipici, mangiare le fregnacce alla sabinese (pasta acqua e farina tipica della zona condita con un sugo di pomodori piccantino) all’ombra di ulivi secolari è stata un’esperienza unica, provare per credere!


TIP: sulla strada del ritorno, fate una piccola deviazione per Nerola il cui borgo antico, arroccato su di uno sperone roccioso, regala caratteristici scorci tra vicoli, fontane e scalinate. Rimarrete fortemente colpiti dall’imponenza del Castello Orsini, attorno al quale ruota il centro storico. Il maniero, costruito nell’XI secolo e passato nelle mani della famiglia Orsini nel XV secolo, oggi è un albergo di lusso e una location da sogno per eventi e matrimoni.

“I MARMI TORLONIA. COLLEZIONARE CAPOLAVORI”

Il nuovo spazio espositivo dei Musei Capitolini, Villa Caffarelli, ospita più di 90 capolavori della collezione Torlonia di sculture antiche. Fino al 29 Giugno è possibile ammirare statue che, altrimenti, sarebbero sottratte al grande pubblico: è un’occasione davvero unica!

Garmanico, statua in bronzo
foto di Martina

Sono stati scelti i pezzi più rappresentativi del Museo Torlonia, fondato dal Principe Alessandro Torlonia nel 1875. Questo, ospitato fino agli anni Settanta del Novecento nel palazzo di famiglia in via della Lungara a Roma, comprendeva 620 sculture provenienti in parte da scavi e in parte da collezioni più antiche. Questo “immenso tesoro di erudizione e arte” confluì in un imponente Catalogo (quello del 1884-85 è qui in mostra) nel quale erano riprodotte tutte le 620 fotografie delle sculture antiche.

La prima sala del percorso espositivo evoca proprio il Museo Torlonia con alcuni significativi pezzi: l’unico bronzo della raccolta, un Germanico scavato nel 1874, la Fanciulla di Vulci, il Vecchio di Otricoli e venti busti della galleria di ritratti imperiali, ordinati secondo la linea cronologica dei personaggi rappresentati.

Venti busti di età imperiale
foto di Martina

La Collezione Torlonia si è formata, nel corso del tempo, sia tramite scavi promossi dai membri della famiglia, che attraverso acquisizioni.

Per quanto riguarda gli scavi, Giovanni Raimondo Torlonia e il figlio Alessandro (fondatore del Museo), condussero un’intensa attività nei loro possedimenti intorno a Roma: le tenute della Caffarella e di Roma Vecchia, le Ville dei Quintili, dei Sette Bassi e di Massenzio. Nel corso dell’Ottocento, gli scavi Torlonia si estesero anche lungo la via Appia e la via Latina. Proprio dalla Villa dei Sette Bassi provengono le due statue di un Satiro e di una Ninfa che formano lo splendido gruppo ellenistico, conosciuto con il nome moderno di Invito alla danza.

Il gruppo ellenistico Invito alla danza
foto di Martina

Per quanto concerne gli acquisti, molte delle sculture che facevano parte del Museo Torlonia provengono da due importanti raccolte formatesi nel XVIII secolo: quella di Villa Albani e quella del celebre scultore Cavaceppi. Giovanni Torlonia compró all’asta nel 1800 tutti i marmi che Cavaceppi aveva raccolto e lasciato in eredità all’Accademia di San Luca.

La Tazza con Fatiche di Ercole proviene dalla collezione di Villa Albani ed è uno dei pezzi più interessanti della mostra. In marmo pentelico, la tazza risale alla metà del I secolo a.C.; il piede moderno è in granito orientale e consente di farla ruotare.

TIP: Villa Albani venne costruita a partire dal 1747 dal Cardinale Alessandro Albani per ospitare la sua straordinaria collezione di sculture, acquisita da Alessandro Torlonia nel 1866.

Altra collezione che entrò in possesso dei Torlonia fu quella del marchese Vincenzo Giustiniani, grande conoscitore d’arte. Contro la sua volontà, la raccolta d’arte venne dispersa: il nucleo più consistente venne acquistato da Giovanni Torlonia nel 1816. Il Museo Torlonia si presentava, quindi, come una collezione di collezioni.

La Tazza Torlonia
foto di Martina

Il percorso espositivo si conclude con un pezzo molto prestigioso: la Tazza Torlonia. Documentata sin dal 1480 in una chiesa di Trastevere, venne, in seguito, trasferita nel giardino della villa del Cardinale Cesi e, infine, a Villa Albani. Questa pregevole opera era allestita come vasca da fontana, con un Sileno versante da un otre.

La mostra si conclude nell’Esedra dei Musei Capitolini, dove sono stati raccolti per l’occasione le statue di bronzo che papa Sisto IV donò al Popolo Romano nel 1471. Si può ammirare, per la prima volta, la colossale mano di Costantino ricomposta con il frammento proveniente dal Louvre.

 

INFO PRATICHE

Fino al 26/09 a Villa Caffarelli, costo del biglietto 13€ intero/ 11€ ridotto.

ROCCA CALASCIO, UNO DEI 15 CASTELLI PIÙ BELLI AL MONDO

Alla scoperta dei borghi della conca aquilana

I dintorni di L’Aquila sono ricchi di tante bellezze: il Castello di Rocca Calascio, simbolo dell’Abruzzo, è una di queste.

Arroccato a quasi 1500 metri d’altezza, il maniero, risalente all’anno Mille, domina la valle del Tirino e la piana di Navelli, all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga; nato come semplice torre di avvistamento per prevenire gli assalti nemici, acquisì sempre più importanza, passando sotto il controllo di diverse importanti famiglie, come i Piccolomini e i Medici; era usato, infatti, come punto strategico d’osservazione militare, in comunicazione con altre torri e castelli nelle vicinanze.

Il Castello di Rocca Calascio 
foto di Martina

TIP: Rocca Calascio si raggiunge da L’Aquila in circa 40 minuti di auto. Nel periodo estivo si può parcheggiare la macchina presso il borgo e usufruire della navetta (3€a tratta) che porta fino al paesino diroccato, oggi trasformato in albergo diffuso, ai piedi del castello. Da qui, con una piacevole passeggiata, lo si raggiunge. Altrimenti, i più temerari possono salire direttamente a piedi! L’ingresso è gratuito.

National Geographic ha inserito il castello tra i 15 più belli al mondo e capirete presto il perché: imponente e maestoso, vera meraviglia architettonica, si staglia con il suo candore in un paesaggio montano, regno dell’aquila reale e dell’orso marsicano. La forma attuale del castello risale ad una ristrutturazione del 1463, voluta da Antonio Todeschini della famiglia Piccolomini che modificò la fortificazione costruendo il maschio centrale e le quattro torri cilindriche. A partire dagli anni Ottanta del Novecento, questa meravigliosa scenografia naturale ha abbagliato tanti registi cinematografici che hanno scelto il castello come set per i loro film, a partire da Lady Hawke e Il Nome della Rosa.

La rocca si contende il paesaggio con un’altra architettura stupefacente, la Chiesa di Santa Maria della Pietà, un tempietto di forma ottagonale con una caratteristica cupola ad otto spicchi. Leggenda narra che sia stata costruita nel luogo dove la popolazione sconfisse una banda di briganti che devastava la zona. La chiesa non è sempre aperta, quindi ci vuole un pizzico di fortuna!

 

Il Castello e la Chiesa di Santa Maria della Pietà
foto di Martina


Attorno al castello ruotava un borgo, la cui parte alta venne abbandonata molto presto in seguito a numerosi terremoti, il più devastante dei quali venne registrato nel 1703. La parte bassa, invece, venne abitata sino agli inizi del Novecento, quando anche le ultime famiglie si trasferirono nel paese di Calascio, più a valle. È stato solo a partire dagli anni Ottanta che, complici i numerosi film girati, il borgo e la rocca vennero interessati da una vigorosa opera di restauro.

Spesso i visitatori, terminato il giro al castello, non si soffermano a passeggiare per Calascio, il piccolo paese di circa 130 abitanti, sviluppatosi in seguito alle calamità naturali che hanno costretto il borgo e la rocca all’abbandono e all’oblio. Qui è un susseguirsi di viuzze, piazzette, case in pietra e belle chiese che accolgono i turisti  con la loro atmosfera d’altri tempi. Il Convento di Santa Maria delle Grazie o Chiesa di San Francesco custodisce al suo interno un candelabro e un ciborio del XVII secolo, mentre la Chiesa di San Nicola é interessante per il suo portale cinquecentesco e per le statue di terracotta del XVII secolo.

Ma non è finita qui! Assolutamente da non perdere, vista l’estrema vicinanza con Rocca Calascio, sono i borghi di Santo Stefano di Sessanio e Bominaco.

Santo Stefano di Sessanio oggi conta poco più di cento abitanti; nato nel Trecento, fu la famiglia Medici sul finire del XVI secolo a renderlo il grazioso borgo che è oggi. Agli inizi del Novecento subì un quasi totale spopolamento dovuto all’emigrazione degli abitanti, cosa che, tuttavia, ha permesso la conservazione delle belle case in pietra quattrocentesche; il simbolo cittadino è la Torre Medicea, in parte crollata con il terremoto del 2009. Negli ultimi quindici anni il borgo è stato riportato a nuova vita grazie alla creazione di un elegante albergo diffuso.

Il borgo di Santo Stefano di Sessanio
foto di Martina


Bominaco, frazione di Caporciano, a 1000 metri d’altitudine, nasconde due tesori, la Chiesa di Santa Maria Assunta e l’Oratorio di San Pellegrino che compongono ciò che resta di un antico monastero benedettino. L’Oratorio è un vero e proprio scrigno di pittura medievale, soprannominato la “Cappella Sistina d’Abruzzo” per la quantità e qualità di affreschi realizzati nel Duecento probabilmente dai monaci che abitavano il monastero. Non scoraggiatevi se troverete i cancelli chiusi: è prassi contattare il custode tramite il numero di telefono che trovate sul cartello d’ingresso; questa piccola scocciatura sarà ampiamente ripagata dalla vista di due tra i monumenti più sorprendenti dell’intera regione.

A pochi chilometri da Bominanco, in località San Demetrio Ne' Vestini, la trattoria La Casetta è il massimo per concludere una giornata di escursioni tra le bellezze aquilane. Il locale, rustico e genuino, ha come cavalli di battaglia la cortesia, il buon cibo e le porzioni abbondanti. Mi raccomando, se voleteassaggiare gli arrosticini, non dimenticate di ordinarli al momento della prenotazione, altrimenti rimarrete a bocca asciutta!

Cosa aspettate a mettervi in macchina e andare alla scoperta di queste meraviglie abruzzesi?