ROCCA CALASCIO, UNO DEI 15 CASTELLI PIÙ BELLI AL MONDO

Alla scoperta dei borghi della conca aquilana

I dintorni di L’Aquila sono ricchi di tante bellezze: il Castello di Rocca Calascio, simbolo dell’Abruzzo, è una di queste.

Arroccato a quasi 1500 metri d’altezza, il maniero, risalente all’anno Mille, domina la valle del Tirino e la piana di Navelli, all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga; nato come semplice torre di avvistamento per prevenire gli assalti nemici, acquisì sempre più importanza, passando sotto il controllo di diverse importanti famiglie, come i Piccolomini e i Medici; era usato, infatti, come punto strategico d’osservazione militare, in comunicazione con altre torri e castelli nelle vicinanze.

Il Castello di Rocca Calascio 
foto di Martina

TIP: Rocca Calascio si raggiunge da L’Aquila in circa 40 minuti di auto. Nel periodo estivo si può parcheggiare la macchina presso il borgo e usufruire della navetta (3€a tratta) che porta fino al paesino diroccato, oggi trasformato in albergo diffuso, ai piedi del castello. Da qui, con una piacevole passeggiata, lo si raggiunge. Altrimenti, i più temerari possono salire direttamente a piedi! L’ingresso è gratuito.

National Geographic ha inserito il castello tra i 15 più belli al mondo e capirete presto il perché: imponente e maestoso, vera meraviglia architettonica, si staglia con il suo candore in un paesaggio montano, regno dell’aquila reale e dell’orso marsicano. La forma attuale del castello risale ad una ristrutturazione del 1463, voluta da Antonio Todeschini della famiglia Piccolomini che modificò la fortificazione costruendo il maschio centrale e le quattro torri cilindriche. A partire dagli anni Ottanta del Novecento, questa meravigliosa scenografia naturale ha abbagliato tanti registi cinematografici che hanno scelto il castello come set per i loro film, a partire da Lady Hawke e Il Nome della Rosa.

La rocca si contende il paesaggio con un’altra architettura stupefacente, la Chiesa di Santa Maria della Pietà, un tempietto di forma ottagonale con una caratteristica cupola ad otto spicchi. Leggenda narra che sia stata costruita nel luogo dove la popolazione sconfisse una banda di briganti che devastava la zona. La chiesa non è sempre aperta, quindi ci vuole un pizzico di fortuna!

 

Il Castello e la Chiesa di Santa Maria della Pietà
foto di Martina


Attorno al castello ruotava un borgo, la cui parte alta venne abbandonata molto presto in seguito a numerosi terremoti, il più devastante dei quali venne registrato nel 1703. La parte bassa, invece, venne abitata sino agli inizi del Novecento, quando anche le ultime famiglie si trasferirono nel paese di Calascio, più a valle. È stato solo a partire dagli anni Ottanta che, complici i numerosi film girati, il borgo e la rocca vennero interessati da una vigorosa opera di restauro.

Spesso i visitatori, terminato il giro al castello, non si soffermano a passeggiare per Calascio, il piccolo paese di circa 130 abitanti, sviluppatosi in seguito alle calamità naturali che hanno costretto il borgo e la rocca all’abbandono e all’oblio. Qui è un susseguirsi di viuzze, piazzette, case in pietra e belle chiese che accolgono i turisti  con la loro atmosfera d’altri tempi. Il Convento di Santa Maria delle Grazie o Chiesa di San Francesco custodisce al suo interno un candelabro e un ciborio del XVII secolo, mentre la Chiesa di San Nicola é interessante per il suo portale cinquecentesco e per le statue di terracotta del XVII secolo.

Ma non è finita qui! Assolutamente da non perdere, vista l’estrema vicinanza con Rocca Calascio, sono i borghi di Santo Stefano di Sessanio e Bominaco.

Santo Stefano di Sessanio oggi conta poco più di cento abitanti; nato nel Trecento, fu la famiglia Medici sul finire del XVI secolo a renderlo il grazioso borgo che è oggi. Agli inizi del Novecento subì un quasi totale spopolamento dovuto all’emigrazione degli abitanti, cosa che, tuttavia, ha permesso la conservazione delle belle case in pietra quattrocentesche; il simbolo cittadino è la Torre Medicea, in parte crollata con il terremoto del 2009. Negli ultimi quindici anni il borgo è stato riportato a nuova vita grazie alla creazione di un elegante albergo diffuso.

Il borgo di Santo Stefano di Sessanio
foto di Martina


Bominaco, frazione di Caporciano, a 1000 metri d’altitudine, nasconde due tesori, la Chiesa di Santa Maria Assunta e l’Oratorio di San Pellegrino che compongono ciò che resta di un antico monastero benedettino. L’Oratorio è un vero e proprio scrigno di pittura medievale, soprannominato la “Cappella Sistina d’Abruzzo” per la quantità e qualità di affreschi realizzati nel Duecento probabilmente dai monaci che abitavano il monastero. Non scoraggiatevi se troverete i cancelli chiusi: è prassi contattare il custode tramite il numero di telefono che trovate sul cartello d’ingresso; questa piccola scocciatura sarà ampiamente ripagata dalla vista di due tra i monumenti più sorprendenti dell’intera regione.

Cosa aspettate a mettervi in macchina e andare alla scoperta di queste meraviglie abruzzesi?

L’AQUILA, UN GIOIELLO CHE RINASCE

Alla scoperta del capoluogo abruzzese che risorge dalle sue macerie

L’estate 2020 ci ha fatto aprire gli occhi sulle bellezze che l’Italia ci offre e che, molto spesso, snobbiamo, preferendo allontanarci migliaia di chilometri dal nostro Bel Paese, alla volta delle cosiddette “mete da sogno”.

Lo scorso anno è stato l’anno dell’estate italiana, dei viaggiatori a chilometri zero, del turismo di prossimità e sostenibile. Mi sono detta: “ecco il momento buono per andare alla scoperta di una regione che mi ha sempre incuriosito, l’Abruzzo!”. Da dove cominciare se non dal capoluogo, L’Aquila?

Il 6 Aprile del 2009 è una data indelebile per tutti gli italiani: il terribile terremoto che ha devastato la città è stato un dolore e una ferita che ancora oggi non si può cancellare e, purtroppo, a distanza di anni i segni si vedono ancora nel tessuto urbano ma non nell’animo degli abruzzesi, che hanno saputo subito alzare la testa e rimettersi in sesto; questo è ciò che si respira appena messo piede in città.

Nonostante ci siano ancora cantieri e gru, la bellezza di L’Aquila colpisce già al primo sguardo.

TIP: la città si visita comodamente a piedi e ottimale è scegliere una sistemazione proprio all’interno del centro storico o ai suoi margini. Ho trovato questo delizioso B&B, La Casa di Ago, situato alle spalle di Corso Federico II, arteria principale della città che porta direttamente a Piazza Duomo. L’appartamento (gigante!) è all’interno di un palazzo dell’Ottocento, gli ambienti sono caldi ed accoglienti, curati in ogni dettaglio; altro punto a favore è il parcheggio per i clienti, per non parlare del prezzo: 38€ a notte!

Piazza Duomo, foto di Martina

Iniziamo il giro cittadino dalla splendida piazza Duomo, umbilicus urbis.

Di forma quadrata e lunga 140 m, su di essa affacciano due chiese, due fontane e il bar storico della città, Fratelli Nurzia, dalle belle decorazioni liberty. Iniziamo dalla chiesa di Santa Maria del Suffragio, chiamata dagli aquilani chiesa delle Anime Sante; costruita nel Settecento al posto di un altro edificio di culto distrutto dal terremoto del 1703, è stata uno dei primi monumenti ad essere restaurati dopo il sisma del 2009. La sua facciata concava si ispira alle forme del Borromini. L’altra chiesa è niente meno che il Duomo, la cattedrale dei Santi Massimo e Giorgio, dal destino sfortunato. Fondata nel Duecento e ampliata nel Quattrocento, venne anch’essa distrutta dal terremoto del 1703 e ricostruita insieme alla chiesa delle Anime Sante ma, a differenza di quest’ultima, non riuscì mai a creare un legame affettivo con la popolazione; oggi è ancora chiusa ed inagibile.

Vi ho parlato, poi, di due fontane conosciute come Fontana Vecchia, opera di Nicola D’Antino che negli anni Trenta abbellì le trecentesche vasche in travertino, poste qui per l’approvvigionamento idrico del mercato cittadino che si è svolto nella piazza fino al 2009.

TIP: L’Aquila è divisa in quattro quadranti, detti “quarti”, sin dal 1276; questi corrispondono non solo al territorio cittadino ma anche alle frazioni periferiche.

A pochi passi da qui inizia una delle strade più belle della città, via San Marciano, ricca di bei palazzetti in pietra e chiese di pregio. Proseguendo lungo corso Vittorio Emanuele si apre l’incrocio definito Quattro Cantoni, crocevia di tre importanti strade e incorniciato dai settecenteschi Palazzo Ciolina e Palazzo Fibbioni Lopez, dal Palazzo razionalista dell’INA, e dal neoclassico Palazzo del Convitto, costruito nel 1883 con i primi portici della città, storica sede della Biblioteca Tommasiana. A breve distanza, piazza Palazzo è dominata dalla grande statua di Sallustio, a memoria dello scrittore latino originario della vicina Amiternum, e vi si affacciano il Palazzo di Margherita d’Austria, governatrice d’Abruzzo nel Cinquecento, e la Torre Civica.

Lo stemma cittadino, foto di Martina

TIP: la Torre Civica in passato era molto più alta (circa 50 metri); nonostante i vari tiranti che la proteggono, non può sfuggire il primo stemma cittadino risalente al Duecento, l’aquila ad ali spiegate all’interno di uno scudo. Pensate che l’orologio sulla sua sommità è il terzo orologio pubblico d’Italia, collocato qui nel 1374.
Passeggiando sotto il portico del Palazzo dell’INA, si giunge alla Basilica di San Bernardino, in posizione panoramica sulla sommità della scalinata di via Fortebraccio. È intitolata al santo di Siena che trascorse qui gli ultimi anni della sua vita, morendo nel 1444. L’alta facciata rinascimentale colpisce per il movimento creato da colonne e finestre e per il bianchissimo colore del marmo. Nel grandioso interno lungo 100 metri, sono visibili le spoglie di San Bernardino, custodite nel quattrocentesco mausoleo.

Altra chiesa maestosa nelle sue dimensioni è Santa Maria Paganica, la cui storia è legata ai tanti terremoti cittadini. Costruita tra il Duecento e il Trecento, dopo aver superato indenne le tante scosse sismiche succedutesi nei secoli, è stata sventrata dal terremoto del 2009.

La basilica di San Bernardino

Proseguendo su corso Vittorio Emanuele, si raggiunge uno dei simboli della città, la Fontana Luminosa, che si staglia sullo sfondo del Gran Sasso. Il suo nome è dovuto ai giochi di luce che la illuminano nelle ore notturne. Da qui inizia un bel parco che racchiude il Forte Spagnolo, nato con funzioni difensive come testimoniano i possenti bastioni, il fossato e il doppio ordine di cannoniere. Costruito nel 1534, è il simbolo dell’odiata dominazione spagnola sulla città, entrata in profonda crisi economica proprio per le tasse imposte ai cittadini per la sua realizzazione. Tutto il complesso ad oggi è ancora chiuso al pubblico.

La Fontana Luminosa, foto di  Martina

Nella città devastata dal terremoto, la street art, grazie al suo linguaggio semplice ed immediato, è riuscita a far rinascere gli spazi distrutti dalla tragedia. Ne è un esempio il murales all’ingresso del tunnel pedonale situato alle spalle della Fontana Luminosa, una grande aquila blu ad ali spiegate, creata dall’artista Gesta Future, recentemente scomparso.

È giunto il momento di ammirare la splendida facciata della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, gioiello cittadino dall’interessante storia. La facciata presenta la classica struttura squadrata delle chiese aquilane, abbellita, però, da tre rosoni, tre portali e dall’ipnotico doppio colore, rosa e bianco, del marmo proveniente dalle vicine cave di Genzano di Sassa. È il baluardo simbolico della città, visto che proprio la meravigliosa facciata rimase illesa dopo il terremoto del 2009. La basilica venne costruita fuori dalle mura cittadine per volere di Pietro da Morrone, incoronato proprio qui come papa Celestino V nel 1294.

La basilica di Santa Maria di Collemaggio, foto di Martina

TIP, LA PERDONANZA CELESTINIANA: una volta divenuto papa, Celestino V emanò a L’Aquila la Bolla del Perdono che la Chiesa Cattolica celebra ancora oggi con la Perdonanza Celestiniana. Ogni anno, infatti, tra il tramonto del 28 e quello del 29 Agosto, giorno dell’incoronazione a pontefice, i credenti che entrano nella basilica attraverso la Porta Santa ottengono l’indulgenza da tutti i peccati. Oggi questo momento religioso si è trasformato in una settimana di festeggiamenti, con eventi di vario genere e cortei storici, durante i quali viene esposta sotto teca proprio la Bolla papale con l’indizione del cosiddetto primo Giubileo della Storia. Ho avuto la fortuna di capitare a L’Aquila proprio in occasione di questo meraviglioso evento che mi ha particolarmente coinvolto!

Sul lato destro della basilica si apre il Parco del Sole, storica area verde frequentata dagli aquilani che, con la riqualificazione degli ultimi anni, ha visto aggiungersi l’Amphosculture, un anfiteatro opera della land artist Beverly Pepper. I colori della struttura che si sviluppa in discesa, approfittando della forma naturale del terreno, sono il bianco e il rosa, richiamando la vicina facciata di Collemaggio.

L'Amphosculture nel Parco del Sole, foto di Martina

Altro monumento che si trova un po’ fuori rispetto al centro storico è la Fontana delle 99 cannelle. È situata all’interno del Borgo Rivera, quartiere che, per la sua collocazione a valle, nei pressi del fiume Aterno, fu luogo strategico per le attività artigianali. L’acqua della fontana sgorga realmente da 99 cannelle di metallo corrispondenti a 99 mascheroni, tutti diversi, come il numero dei castelli che tradizionalmente fondarono L’Aquila. Fanno da sfondo tre pareti a scacchi, in pietra bianca e rosa proveniente anch’essa dalla cava di Genzano di Sassa.

Poco distante, a destra di una chiesetta del XIV secolo, si trova il MuNDA, il Museo Nazionale d’Abruzzo, che occupa gli spazi dell’ex mattatoio comunale; questo illustra il meglio dell’arte dell’intera regione, dall’antichità ai giorni nostri.

La Fontana delle 99 cannelle, foto di Martina

#UN PÓ DI STORIA: a pochi chilometri da L’Aquila si trovano i resti dell’antica Amiternum, città fondata dai Sabini nel X secolo a.C. e conquistata dai Romani nel III secolo a.C. L’area archeologica conserva resti romani tra cui spiccano il teatro e l’anfiteatro, in ottimo stato di conservazione. Entrambi di età augustea, il primo poteva ospitare circa 2000 visitatori nella cavea che poggia sul colle S.Vittorino, strutturata su due livelli divisi da un corridoio. L’anfiteatro presenta una struttura ancora più monumentale, potendo ospitare 6000 spettatori. L’accesso all’area è gratuito e merita assolutamente una deviazione!

L'anfiteatro di Amiternum, foto di Martina

È arrivato il momento di darvi anche qualche consiglio culinario. Fortunatamente stanno riaprendo molte attività di ristorazione in centro e vorrei suggerirvi due locali in cui si mangia veramente bene a prezzi giusti: Il Dragoncello e Antica Trattoria dei Gemelli

Il primo locale, storica enoteca, ha affiancato l’attività di ristorazione, con particolare attenzione ai prodotti del territorio e a ricette della tradizione abruzzese; l’Antica Trattoria dei Gemelli è tornata nella sua sede storica e propone gustosi piatti stagionali che partono dai prodotti a km 0 e dalle tradizioni.

Da L’Aquila si raggiungono facilmente tante altre località e borghi ricchi di fascino e storia. Cliccate qui per scoprirne i dintorni!

 

IL ROSETO COMUNALE DI ROMA

Alle pendici dell’Aventino, a pochi passi dal Circo Massimo e di fronte ai suggestivi resti del Palatino, si trova il Roseto Comunale di Roma, unico al mondo per la sua spettacolare posizione e per l’eccezionale vista che offre, spaziando dal Vittoriano, alla Sinagoga, al campanile di Santa Maria in Cosmedin.

TIP: fin dal III secolo a.C. questo luogo era dedicato ai fiori; Tacito parla, infatti, nei suoi Annales di un tempio dedicato alla dea Flora e della festa in suo onore, che si svolgeva proprio a ridosso del Circo Massimo.
 
Il Roseto Comunale
Foto di Martina
I romani e non solo, possono godersi una passeggiata del tutto gratuitamente, inebriati dal profumo di rose, in concomitanza della fioritura di questi straordinari fiori, tra maggio e ottobre (per giorni e orari clicca qui).

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, l’area venne lasciata all’abbandono e al degrado, fino al 1645, quando venne acquistata dalla Comunità Ebraica, divenendo l’Orto, con annesso piccolo cimitero. Nel 1934 il cimitero venne trasferito al Verano e l’area venne interessata da un nuovo Piano Regolatore. 
Finalmente, nel 1950, divenne sede del Roseto Comunale; purtroppo, con i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, la parte antica venne rasa completamente al suolo. Oggi, all’ingresso, è posta una stele che commemora la sua precedente destinazione, e i vialetti sono disposti in modo da formare i bracci della menorah, il candelabro simbolo della religione ebraica. Il giardino segue la pendenza del terreno, con una forma ad anfiteatro, ed è diviso in due settori: nella parte alta, più ampia, si trova la collezione di rose botaniche, antiche e moderne; nella più piccola parte in basso, invece, sono collocate le rose partecipanti al “Premio Roma” e quelle che dal 1933, anno del primo concorso, hanno vinto la manifestazione.
 
La parte bassa del Roseto
Foto di Martina
TIP: il Roseto ospita più di 1100 varietà provenienti da tutto il mondo, persino dalla Cina e dalla Mongolia.

In realtà, il primo giardino di rose a Roma venne ideato sul Colle Oppio grazie all’interessamento della Contessa Mary Gailey Senni, amante della natura ed esperta botanica. Nel 1932 il Roseto venne aperto proprio sul Colle Oppio per la presenza di numerose piante di rose, provenienti dal vivaio del Governatorato, e nel 1933 venne istituito il “Premio Roma”.

TIP: le rose vengono classificate in tre macro gruppi i cui confini, a volte, possono essere incerti: rose botaniche, ossia le rose spontanee che crescono nell’emisfero settentrionale; rose antiche, quelle ottenute da incroci prima dell’Ottocento, e rose moderne, ossia le varietà ottenute dall’uomo dopo l’Ottocento.


Il Roseto è un patrimonio di bellezza che in pochi conoscono e che, invece, merita di essere scoperto: scommetto che non pensate ci possa essere una rosa maleodorante, invece è così! La bellissima, ma puzzolente, rosa foetida: passeggiate per il Roseto e troverete tante altre curiosità!

NAPOLEONE E IL MITO DI ROMA

La mostra ai Mercati di Traiano in occasione del bicentenario dalla morte di Napoleone 

 

Il 5 Maggio 2021 ricorrerà il bicentenario della morte di uno dei più importanti protagonisti della storia: Napoleone Bonaparte.


La mostra ai Mercati di Traiano, curata da  Parisi Presicce, Massimiliano Munzi, Simone Pastor e Nicoletta Bernacchio, racconta un aspetto importante della vita del condottiero poco approfondito: l’amore per l’antichità e il mito di Roma, città sempre presa a modello da Napoleone ma in cui non vi mise mai piede. 

La Francia, nella sua visione politica, era l’erede diretta dell’Impero Romano e, per questo motivo, il linguaggio propagandistico adottato non poteva che essere ispirato all’antico.

L’influenza che la memoria della classicità ebbe sull’imperatore, risale alla sua formazione alla Scuola Militare di Brienne-le-Château, dove i condottieri del passato erano proposti come modelli da emulare. È per questo che Napoleone, appena incoronato imperatore, decise di farsi esplicitamente ritrarre nelle vesti di Alessandro Magno, Annibale e Giulio Cesare. 


Allestimento della mostra
Foto di Martina

#UNPÓDISTORIA


Dal 1809 al 1814 Roma venne annessa all’impero francese, diventando seconda solo a Parigi per volontà dello stesso Bonaparte. È così che iniziò un periodo di grande rinnovamento urbano attraverso diversi cantieri, di cui il più importante era quello relativo alla sistemazione dell’area a sud della Colonna Traiana, scavo che portò alla scoperta della Basilica Ulpia e delle statue dei Daci. L’idea di Napoleone era quella di affiancare alle rovine del passato la bellezza dei giardini e, per questo, affidò a Valadier il progetto visionario che, purtroppo, si interruppe bruscamente, per poi essere completato nel 1815 da Papa Pio VII.

 

La scelta della cornice dei Mercati di Traiano per la mostra non è, quindi, casuale: l’area archeologica dei Fori Imperiali nacque proprio con il Governo Napoleonico, gettando le basi per la scoperta dei successivi settori.


Cento opere tra sculture, dipinti, gemme, stampe e medaglie provenienti dalle Collezioni Capitoline e da importanti musei italiani e internazionali, accompagnano il visitatore alla scoperta del legame con la classicità che permea ogni aspetto del governo napoleonico e della nuova era da lui inaugurata. La classicità diventa uno stile di vita, dagli abiti impero all’urbanistica, dai codici di comportamento alla moda, la romanità penetra e permea ogni aspetto amministrativo e della quotidianità. 

Ecco che l’aquila diventa il nuovo vessillo del reggimento napoleonico, la corona di alloro cinge il capo del neo-eletto imperatore nel ritratto ufficiale di Francois Gérard, dipinto nel 1805, e la Colonna di Traiano diventa il modello per la colonna di Place Vendome, eretta per celebrare la vittoria di Austerliz che garantì a Napoleone il dominio sull’Europa.


"Napoleone I imperatore", Francois Gerard

Il percorso espositivo è diviso in tre macrosezioni. La prima, dopo una breve introduzione sul Neoclassicismo, è dedicata al rapporto tra il generale francese e il mondo classico, seguendo passo passo la sua biografia. La seconda è incentrata sul rapporto di Napoleone con l’Italia e con Roma. L’ultima macrosezione approfondisce alcuni aspetti relativi alla ripresa dei modelli antichi nella politica napoleonica.

 

Napoleone non venne mai a Roma, ma la città si preparò a diventare nuova capitale del neo Impero Francese con numerosi cantieri di abbellimento e ammodernamento. Le arti e la ricerca antiquaria vissero un periodo aureo; il mito di Roma nutrì Napoleone a tal punto da vivificarlo.

 

Vi voglio lasciare con un simpatico aneddoto, più probabilmente una leggenda, che ha come protagonisti Antonio Canova e lo stesso imperatore, la quale ha ispirato la vincente installazione di un giardino napoleonico al centro della Grande Aula dei Mercati Traianei. Si dice che Canova, arrivato a Parigi per eseguire il ritratto di Napoleone, alla richiesta se a Roma si piantassero alberi per abbellire le vie, avrebbe risposto che a Roma si piantavano obelischi!

LA NECROPOLI DELLA BANDITACCIA A CERVETERI, SULLE TRACCE DEGLI ETRUSCHI

È proprio vero che non si apprezza mai quello che si ha vicino casa: sono andata in tanti luoghi in giro per il mondo facenti parte della lista Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, ma per visitarne uno importantissimo a soli 50 km da Roma ci ho impiegato anni!

Di quale posto parlo? Della Necropoli Etrusca della Banditaccia, nel comune di Cerveteri, tappa fondamentale per poter apprezzare un popolo la cui storia e le cui tradizioni sono ancora parzialmente avvolte da un alone di mistero per la mancanza di testimonianze scritte. La necropoli è una delle più suggestive e grandiose dell’Etruria e di tutto il Mediterraneo, nonché uno dei principali siti archeologici etruschi giunti fino a noi.

Necropoli della Banditaccia
Foto di Martina
#UN PÓ DI STORIA: questa necropoli apparteneva all’antica città di Caere, uno dei più fiorenti centri etruschi, sorto su una collina tufacea a circa 40 km da Roma e poco distante dalla costa tirrenica, in un’ottima posizione per i commerci. L’importante ruolo che questo abitato ricoprí in epoca etrusca è testimoniato dalle dimensioni stesse della necropoli e dalla ricchezza dei corredi rinvenuti. Il complesso consta di oltre 20.000 tombe con caratteri unici che sono valsi il suo inserimento nel 2004 nella lista UNESCO dei siti Patrimonio dell’Umanità.

Sviluppatasi lungo un pianoro tufaceo parallelo all’area urbana, la Necropoli della Banditaccia ci ha restituito tombe di vario tipo che coprono un arco cronologico molto esteso, dall’VIII al I secoli a.C. L’area aperta al pubblico consta di due settori, detti Vecchio e Nuovo Recinto, dove si possono vedere i grandi tumuli circolari con calotta emisferica di terra, le tombe cosiddette “a dado”, disposte lungo vie rettilinee, e i grandi ipogei gentilizi del IV-III secolo a.C. La grande rilevanza di questo sito è dovuta al fatto che fornisce importanti indicazioni sulla vita degli Etruschi e sulla struttura delle loro case. Le tombe sono, infatti, costruite a imitazione delle case dei vivi, con più ambienti dalle porte e dalle finestre sagomate, colonne e pilastri, suppellettili, vasellame in metallo e oggetti provenienti dal Vicino Oriente e dalla Grecia.

TIP: il sito, nonostante sia Patrimonio dell’Umanità, non è sempre facilmente fruibile per via della mancanza di personale. Vi consiglio di organizzare la vostra visita consultando il sito della necropoli. Al momento, a causa dell’emergenza Covid, il percorso di visita è obbligatorio e si può entrare in quattro tombe, le più significative dell’intero complesso, per capire l’evoluzione della tipologia architettonica sepolcrale nel corso dei secoli.

 
La Tomba dei Rilievi
Foto di Martina
La tomba simbolo dell’intera necropoli, che da sola vale la visita, è la Tomba ipogea dei Rilievi (metà VI secolo a.C.) appartenente all’importante famiglia dei Matuna. La camera presenta una decorazione a rilievo in stucco dipinto sulle pareti e sulle colonne, con oggetti d’uso domestico, preziosa per capire la vita quotidiana del tempo; al di sopra dei loculi corre, invece, un fregio d’armi.

Prima di far rientro, non tralasciate una passeggiata nel grazioso centro storico di Cerveteri, cinto da mura medievali. Il duecentesco Castello Ruspoli ospita il Museo Archeologico Cerite dove sono conservate opere e reperti rinvenuti durante i numerosi scavi effettuati sia nell’area urbana che nelle vicine necropoli; la vicina chiesa di Santa Maria Maggiore, risalente all’XI secolo e costruita su un preesistente tempio pagano, è oggi tornata al suo antico splendore grazie ad una serie di interventi di restauro realizzato nel corso del Novecento.

La chiesa di Santa Maria Maggiore, Cerveteri
Foto di Martina
TIP: se avete tempo non perdetevi il vicino borgo medievale di Ceri, sorto in seguito alle razzie saracene nella vicina Cerveteri; stretti tra mura merlate su di una rupe, vi si accede da una porta medievale. Vi accoglieranno il Palazzo Torlonia, edificato sulla precedente Rocca degli Anguillara, e la chiesa di San Felice Papa, che conserva una serie di affreschi medievali.



Dopo questa passeggiata il popolo etrusco vi sembrerà un po’ meno misterioso!