ALLA SCOPERTA DELLA STREET ART DI VENEZIA

Da qualche anno a questa parte, le città di tutto il mondo si stanno colorando con opere di street art che riqualificano non solo le periferie, ma abbelliscono anche i centri storici.

Sono in molti ad apprezzare questa nuova forma d’arte, compresa la sottoscritta!

Oggi ti porto alla scoperta della street art di Venezia, all’insegna di due grandi nomi: Bansky e Blub.

Bansky è (e non esagero!) lo street artist più famoso del mondo

Nato a Bristol, la sua identità è avvolta nel mistero; le sue opere coniugano temi importanti della vita quotidiana, come la politica, la religione e l’etica, e si trovano, ormai, in tutte le più grandi città del mondo.

Il Naufrago bambino di Bansky
foto di Martina

A Venezia, in prossimità di Campo Santa Margherita, su di un canale si affaccia il “Naufrago Bambino”, un fanciullo sferzato dal vento che regge un razzo segnaletico mentre cerca di indicarci qualcosa, immerso con i piedi nell’acqua. L’opera, realizzata in occasione della Biennale 2019, chiama in causa le tematiche più varie, dalla crisi geopolitica alla questione dei migranti, in perfetto stile banskyano. 

TIP: come riferimento, prendi la Farmacia Santa Margherita, sali sul ponte che parte dal campiello e dalla sommità vedrai il bambino-migrante perfettamente; puoi inserire sul navigatore “Bansky street art” e lo troverai subito!

Veniamo ora a Blub, street artist fiorentino che al motto di “l’arte sa nuotare”, fa immergere sott’acqua, con maschera e boccaglio, tante icone storiche attive nei diversi campi artistici. 

Un'opera di Blub in giro per Venezia
foto di Martina

Il progetto, nato per caso in Spagna, si è espanso in tutta Europa: la maggior parte delle opere è realizzata su sportelli del gas e dell’elettricità. 

Ma qual è il messaggio? Saper resistere, riuscire ad adattarsi alle circostanze; mai come in questo periodo storico, infatti, bisogna imparare a “nuotare”, ad immergersi per poter guardare il mondo da un’altra prospettiva!

Venezia è disseminata di opere di Blub a buon titolo, visto il suo legame con l’acqua!

L'opera di Blub alla Libreria Acqua Alta
foto di Martina


Una si trova all’ingresso della Libreria Acqua Alta, la più bella e particolare libreria al mondo (qui te ne parlo), un’altra si trova nel vicino Campo SS Giovanni e Paolo e ben tre si trovano lungo Fondamenta della Misericordia.

Ma non finisce qui!

L’artista ha colorato anche la Giudecca e l’isola di Burano con i suoi stencil. 

Blub a Burano
foto di Martina


Vuoi che ti sveli a quali personaggi ha messo la maschera? Te ne dirò solo alcuni: la Ragazza con l’orecchino di perla, la Dama con l’ermellino, il Putto con il mandolino. Ora sta a te scoprire gli altri!

Street art tra le calli
foto di Martina

Concludo dandoti un consiglio: girando per le calli, dai sempre un’occhiata ai muri, troverai tante opere carine che ti faranno sorridere e riflettere!


 

UN WEEKEND A VENEZIA

Alla scoperta del volto meno turistico della città


Venezia non è solo piazza San Marco e il Ponte di Rialto, è molto altro e vorrei raccontartelo in questo articolo che va oltre i soliti itinerari turistici, alla ricerca del volto più autentico della città, quello delle calli più silenziose, dei campi dalle iconiche panchine rosse, delle chiese che riflettono la loro facciata nelle acque dei canali.

Iniziamo da qualche consiglio pratico sulla scelta dell’albergo. Se opti per il treno (come ho fatto io), ti consiglio di sceglierlo nella zona di Cannaregio: molto vicina alla stazione di Santa Lucia, è uno dei sestieri meno turistici ma non per questo meno romantici o meno ricchi di storia.

DAY 1

Partiamo proprio scoprendo questo quartiere, situato nella parte settentrionale della città. Qui i canali vennero realizzati nel XVI secolo secondo una pianta rettilinea, molto singolare a Venezia. Il primo ghetto ebraico della storia nacque proprio in questa zona ed è un piccolo gioiello trascurato dal turismo di massa.

 

Angoli del ghetto
foto di Martina

#UNPÓDISTORIA

Gli Ebrei presenti a Venezia sin dal X secolo, rimasero confinati sull’isola della Giudecca fino al 1516, quando fu concesso loro di spostarsi a Cannaregio, quartiere di fonderie, chiamate in veneziano “getti”. Gli ebrei ashkenaziti pronunciavano questa parola “ghetti”, da cui deriva ghetto. Nel XVII secolo era abitato da quasi 5000 persone e i canali e le calli anguste non erano più sufficienti per ospitare tutte queste persone. Ecco che gli edifici incominciarono ad estendersi verso l’alto, conferendo al ghetto un aspetto originale, molto diverso dagli altri quartieri di Venezia.

Nel Campiello de le Scole sorgono la Scola Spagnola e la Scola Levantina, mentre nel vicino Campo del Ghetto Nuovo si trovano la Scola Grande Tedesca, la Scola Italiana e la Scola Canton. 

TIP: il bistrot Upupa è il locale ideale per mangiare degli ottimi piatti, godendo dell’atmosfera rilassata di questa suggestiva piazza. Devi assolutamente assaggiare il calamaro ripieno: fantastico!

Lasciandoci il quartiere ebraico alle spalle, ci spostiamo alla Madonna dell’Orto, chiesa del XV secolo che colpisce già da lontano per l’aspetto orientaleggiante della cupola del campanile. Nella cappella absidale di destra sono custodite splendide tele del Tintoretto, mentre la cappella di San Mauro conserva la statua della Madonna Miracolosa, rinvenuta in un orto, da cui deriva il nome della chiesa.

 

La chiesa della Madonna dell'Orto
foto di Martina

TIP: lungo le vicine Fondamenta dei Mori, in un edificio quattrocentesco di colore rosso/rosa in stile gotico fiorito, nacque, visse e morì il pittore Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Sapete il perché di questo soprannome? Il padre era tintore di stoffe e da questa professione derivò il nome con il quale l'artista divenne celebre in tutto il mondo.

Sai che a Venezia non esistono piazze? L’unica è piazza San Marco, le altre sono chiamate “campi”. Uno dei più suggestivi della città è Campo Santa Maria Nova, abbellito ancora oggi dalle celebri panchine rosse e da uno splendido scorcio su Santa Maria dei Miracoli. Questa piccola chiesa, costruita tra il 1481 e il 1489, è un cofanetto intarsiato perché la sua facciata è interamente rivestita di marmi policromi.

 

La chiesa di Santa Maria dei Miracoli
foto di Martina

Venezia ha un’altra sorpresa in serbo per noi: la libreria più bella al mondo, la libreria Acqua Alta. Il perché è presto detto. Affacciata su un silenzioso canale, è un piccolo mondo fatto di libri, strani arredi, gatti e, ovviamente, acqua alta. Le sue chicche sono una scala di libri e l’uscita di emergenza. La scala di libri è un riuso creativo di volumi altrimenti destinati al macero che permette di godere di una splendida vista sul canale e sul palazzo in cui Hugo Pratt ambientò un episodio di Corto Maltese. L’uscita di emergenza offre un altro scorcio incredibile da cui osservare la marea che sale e salutare qualche turista in gondola!

La Libreria Acqua Alta
foto di Martina

TIP: proprio all’ingresso, trovi una delle tante opere dello street artist Blub, famoso per aver “messo la maschera” a rinomate opere d’arte , al motto di “l’arte sa nuotare”; ne trovi una anche nel vicino Campo SS. Giovanni e Paolo: io mi sono divertita a dargli la caccia!

 

Una delle opere di Blub sparse per la città
foto di Martina

Concludo la giornata con un tramonto su uno dei canali più suggestivi della città, Fondamenta Misericordia, gustando un’ottima cena all’Ostaria da Rioba. Qui la cucina veneziana è rivisitata dall’estro creativo dello chef che coniuga innovazione e tradizione: assaggia le sarde in saor e mi dirai se non ho ragione!

 

I piatti dell'Ostaria Rioba
foto di Martina

TIP: passeggiando per questa fondamenta, aguzza la vista: ti aspettano ben due opere di Blub!

DAY 2

La laguna è costellata da piccole isole tutte vicinissime tra loro e tutte caratterizzate da tratti inconfondibili.

Il cuore mi porta verso l’isola di Burano, celebre per le case colorate dei pescatori.

Uno scorcio dell'isola di Burano
foto di Martina

TIP: Burano si raggiunge con diverse linee di vaporetto in circa 45 minuti (biglietto singola corsa 7.5€ per 75 minuti/ giornaliero 20€).

Le casette sono uniche nel loro genere: si dice che, in passato, venissero ridipinte ogni anno per permettere ai pescatori di riconoscerle da lontano. L’isola è famosa anche per la produzione di merletto, la cui meticolosa arte si perpetra da decenni. Anche qui si possono evitare i soliti circuiti turistici addentrandosi nei quartieri Giudecca e Pescheria, dove incrocerai facilmente vecchiette sedute sulla soglia di casa, impegnate nel lavoro ai ferri, o ragazzini che giocano per strada.

Se Burano non ti basta, un ponte di legno la collega con l’isola di Mazzorbo, dove ti potrai immergere nel silenzio di un’atmosfera bucolica.

TIP: se ti è venuta fame e vuoi pranzare in modo veloce, gustoso e tipico, i chicheti assaporati in un bàcaro sono quello che fa per te! Tranquillo, non sto parlando arabo, ora ti spiego: il bàcaro è la classica enoteca con cucina veneziana che serve un buon bicchiere di vino con degli stuzzichini, i cicheti; se adagiati su una fetta di pane tostato, i cicheti diventano crostini. A Burano il posto perfetto è il locale Pic-Nic: spritz, cicheti e piatti del giorno assaporati vista laguna, cosa vuoi di più?

La Scala Contarini del Bovolo
foto di Martina

Rientrando a Venezia, scendi con il vaporetto alla fermata San Zaccaria, vicino a piazza San Marco.

Non mi soffermo a parlarti di questa piazza, della bellezza della chiesa e del campanile (tutte cose che già saprai!), ma ti invito ad andare a scoprire la Scala Contarini del Bovolo. Questa particolarissima scala a chiocciola, costruita nel 1499, è inserita in una torre gotico-rinascimentale e dà accesso alle logge del Palazzo Contarini del Bovolo (che vuol dire “chiocciola”, per l’appunto, in veneziano). Sali sulla cima e ammirerai i tetti della città: al tramonto è uno spettacolo unico! (ingresso 7€)

 

La vista dalla cima della Scala
foto di Martina

Dopo tutto questo camminare, scopro casualmente un ristorante storico della città, immerso in un giardino affacciato su di un canale: Al Baccaretto, dove potrai scegliere tra primi e secondi della tradizione veneta, cucinati espressi sul momento. Io ho preso il branzino alla griglia con polenta, accompagnato da un ottimo spritz!

 

Branzino e polenta
foto di Martina

DAY 3

Prima di lasciare Venezia, mi rimangono ancora due cose da fare: scoprire il murales di Bansky “il Naufrago Bambino” e girare per la Giudecca.

Prima tappa è la zona di Campo Santa Margherita: affacciato su di un canale, trovo  l’opera realizzata con la tecnica dello stencil, raffigurante un bambino nel momento dello sbarco, con il giubbetto di salvataggio e con un razzo segnaletico in mano. È molto suggestiva per la sua posizione ed evocativa per il legame che i migranti hanno con l’acqua.

L'opera di Bansky
foto di Martina


Da qui, per la seconda tappa, prendo il vaporetto alla volta della Giudecca, ambita meta di villeggiatura della nobiltà veneziana. Formata da otto isolotti e rinomata per i suoi splendidi giardini, il suo profilo è dominato dalla chiesa del Redentore, capolavoro del Palladio.

 

#UNPÓDISTORIA

Nel 1577 Venezia era funestata già da un anno da una terribile epidemia di peste che ne aveva decimato la popolazione. Il Doge fece, così, voto di erigere una chiesa dedicata al Redentore, dove ogni anno il popolo si sarebbe recato in solenne processione, se la città fosse stata liberata da questo flagello. Da allora, la terza domenica di luglio sul canale della Giudecca viene realizzato un ponte votivo di barche che collega l’isola con le Zattere.

 

La chiesa del Redentore
foto di Martina

Passeggiando lungo le banchine, non ti sfuggirà un piccolo palazzo in stile neogotico (1912), la Casa dei Tre Oci, così chiamata per le strane finestre della sua facciata: dai un’occhiata alla locandina perché qui troverai sempre interessanti mostre fotografiche!

TIP: prima di riprendere il vaporetto alla fermata Zitelle, dai un’occhiata intorno a te: c’è un Blub che ti aspetta!

Per approfondire la street art della città lagunare clicca qui.

Spero, con questo itinerario non convenzionale, di averti fatto scoprire un altro volto di Venezia.

Se ti va, fammelo sapere nei commenti!

GALLERIA DORIA PAMPHILJ, L’ARTE NEL CUORE DI ROMA

Il centro storico di Roma è un continuo susseguirsi di palazzi nobiliari, severi nelle loro imponenti facciate che ricordano i fasti delle famiglie che li abitarono e che, in alcuni casi, vi risiedono tutt’oggi.

Con il naso all’insù, oggi ti farò scoprire le meraviglie che si celano all’interno di Palazzo Doria Pamphilj, austera residenza affacciata su piazza del Collegio Romano, a due passi da via del Corso.

Questo palazzo conserva l’aura del suo glorioso passato, fatto di politica e di unioni tra alcune delle più importanti famiglie nobili italiane: dai Della Rovere agli Aldobrandini, dai Pamphilj ai Doria, ai Doria Pamphilj.

Venne costruito in diverse fasi, tra la metà del XV secolo e l’inizio del XVIII secolo, quando venne realizzata la splendida facciata su via del Corso, capolavoro di Gabriele Valvassori.

I discendenti della nobile casata di cui il palazzo porta il nome, lo abitano tutt’ora e hanno deciso di rendere fruibili al pubblico la splendida Galleria e i capolavori in essa contenuti.

 

Il Salone da Ballo
foto di Martina

TIP: in seguito all’emergenza Covid, la Galleria è aperta il lunedì e il venerdì con orario 17.00-20.00; si accede solo previa prenotazione telefonica (biglietto d’ingresso 14€).

La collezione è composta da più di 400 dipinti, frutto sia del collezionismo di Camillo Pamphilj e della moglie, Olimpia Aldobrandini, sia di acquisti mirati.

La Galleria si compone di quattro bracci che delimitano il bramantesco cortile interno del palazzo, con le sue splendide arcate rinascimentali.

TIP: il posizionamento dei quadri segue ancora le indicazioni contenute in un documento del Settecento.

Prima di iniziare la visita vera e propria, è necessario che ti racconti la storia dei tre personaggi che hanno creato questa straordinaria collezione, giunta intatta fino ai giorni nostri.

Papa Innocenzo X nel busto marmoreo di Bernini e nel Ritratto di Velasquez
foto di Martina


Partiamo con Giovanni Battista Pamphilj, salito al soglio pontificio nel 1644 con il nome di Innocenzo X. Nel 1651 istituì il fedecommesso Pamphilj, con cui legò in maniera indissolubile le proprietà famigliari all’istituto della primogenitura, proibendone la separazione e la vendita.

Il secondo personaggio è Camillo Pamphilj, nipote di Innocenzo X, nominato proprio dallo zio cardinale nepote nel 1644. Tuttavia, Camillo abbandonó ben presto la porpora per sposare Olimpia Aldobrandini, vedova di Paolo Borghese, che portò in dote uno dei più grandi patrimoni dell’aristocrazia romana. Non solo Innocenzo X legò, con l’istituzione della primogenitura, tutti i beni della casata al nipote, ma gli fece anche dono di alcune eredità provenienti da ecclesiastici. Camillo provvide, poi, ad arricchire le proprietà famigliari con acquisti oculati di opere d’arte, terreni e immobili.

Veniamo all’ultima personalità di spicco, Olimpia Aldobrandini, ultima discendente ed erede universale della ricca e potente famiglia Aldobrandini. Le sue seconde nozze con Camillo unirono due dei maggiori patrimoni del tempo, ponendo le basi per la formazione della collezione artistica Doria Pamphilj, ancora oggi una delle più importanti al mondo. I due coniugi fissarono la loro dimora nel palazzo al Corso, promuovendo ingenti lavori di ampliamento e di abbellimento; nel tempo venne qui collocata la raccolta di opere d’arte della sposa, insieme alle rilevanti acquisizioni Pamphilj. Con la prematura morte di Camillo, nel 1666, Olimpia proseguì l’opera intrapresa, completando le numerose fabbriche ed accrescendo il prestigio famigliare. Dalle nozze nacquero cinque figli: il primogenito divenne erede della primogenitura Pamphilj e della secondogenitura Aldobrandini, riunendo, così, definitivamente i beni delle due famiglie.

 

Ora siamo pronti: entriamo!

La visita si apre passeggiando per i grandi saloni di rappresentanza, riccamente decorati ed arredati: la Sala del Pussino, il Salone dei Velluti, la Sala da Ballo e la Sala di Cadmo, che funge da raccordo con la Galleria Aldobrandini, primo dei quattro bracci. Rimarrai colpito, ad un primo sguardo, dagli affreschi realizzati da Genesio del Barba sul soffitto e lungo la parte bassa delle pareti, in uno stile definito “a uso cinese”, e dal susseguirsi di capolavori di grandissimi artisti, a cominciare da Annibale Carracci e Guido Reni.

Decorazione del soffitto della Galleria Aldobrandini
foto di Martina


Al termine del primo braccio, un piccolo gabinetto contiene due delle opere più importanti della collezione, pietre miliari della storia dell’arte, entrambe legate ad Innocenzo X: il “Ritratto di Innocenzo X” di Velasquez (1650) e il coevo busto marmoreo, che ritrae sempre il pontefice, ad opera di Gian Lorenzo Bernini.

 

TIP: se sei stato attento, avrai notato un altro busto molto simile, all’inizio della Galleria Aldobrandini, se non fosse per una crepa che taglia di netto la barba del pontefice. Esistono due aneddoti legati a questo busto: il primo, e più plausibile, e’ che siamo di fronte al cosiddetto “pelo”, un’imperfezione del marmo che si rivela solamente durante la lavorazione; il secondo, invece, ruota intorno alla spavalderia di Bernini: si dice, infatti, che realizzò il secondo busto in pochissimo tempo, dopo aver presentato il primo “difettoso”, per voler dimostrare a tutti la sua ineguagliabile maestria.

 

Uscita dal Gabinetto, sono rimasta abbagliata, nel senso letterale, dalla Galleria degli Specchi (2° braccio): ampie finestre che si aprono su entrambi i lati vengono incorniciate da specchi preziosissimi, fatti venire appositamente da Venezia agli inizi del Settecento, con grande impegno economico anche per il delicato trasporto. La profusione dell’oro e il riflettersi della luce negli specchi, generano una grande profondità prospettica, di grande impatto ancora oggi.

La sontuosa Galleria degli Specchi
foto di Martina


Seguono le quattro Salette sul Corso, appartenenti al cinquecentesco palazzo e restaurate agli inizi del Settecento in modo tale che fossero proprio in asse con la Galleria degli Specchi. Attualmente vi è collocata una selezione delle opere più significative che decoravano le ville suburbane dei Pamphilj. Menzione speciale va fatta ai tre capolavori giovanili del Caravaggio qui esposti: la “Maddalena Penitente”, “Riposo dalla fuga in Egitto” e “San Giovanni Battista”.

Eccoci giunti al terzo braccio, la Galleria Pamphilj, anch’essa decorata da Genesio del Barba negli anni trenta del Settecento. I quadri qui disposti sono di autori dai nomi altisonanti: Guercino, Correggio e Pieter Bruegel, solo per citarne alcuni. Volgendo gli occhi da un lato e dall’altro, incontro lo sguardo severo di Olimpia Maidalchini Pamphilj, immortalata dall’Algardi in un pregevole busto marmoreo.

TIP: ti ricordi chi era questa donna, intraprendente al limite dell’arrivismo? Olimpia sposò il fratello di papa Innocenzo X, Pamphilio Pamphilj; alla sua morte, il papa affidò alla donna l’amministrazione dei beni della casata e non solo: la Maidalchini divenne sua consigliera e la figura più influente del suo entourage. Questo attirò feroci critiche da parte dei detrattori del pontefice, tanto che, alla morte di Innocenzo X, donna Olimpia dovette fuggire da Roma verso il suo feudo di San Martino al Cimino, dove morì di peste.

Veniamo all’ultimo braccio, il quarto, ossia la Galleria Doria, le cui pareti sono arricchite da altri capolavori, tra i quali spiccano le tavole di Jan Brueghel.

 

Passeggiare per questa antica dimora nobiliare ci consente di godere del suo secolare splendore: Roma nasconde sempre dei tesori, l’importante è non rinunciare alla curiosità di scoprirli. 

Sei d’accordo con me?

AMATRICIANA E CACIO E PEPE, VIAGGIO TRA SAPORI, ANEDDOTI E CURIOSITÀ DELLA CUCINA ROMANA

Oggi ti porto alla scoperta di due dei piatti più famosi della cucina romana, e più in generale, del Lazio: l’amatriciana, o come diciamo a Roma, ‘a matriciana, e la cacio e pepe.


#AMATRICIANA

Partiamo dai semplici ingredienti di questo sugo: guanciale, pomodori e pecorino. La ricetta comparve nel 1927 nel celeberrimo libro di cucina “Il talismano della felicità”, ma tradizione vuole che il cuoco Francesco Leonardi la servì nell’aprile del 1816 in un banchetto al Quirinale, organizzato da Papa Pio VII in onore di Francesco I Imperatore d’Austria.

Il nome deriva da Amatrice, paesino del reatino dove nacque come pasto principale dei pastori: furono proprio loro a portarla nella Capitale, attraversando con le greggi la Campagna Romana. Originariamente, la ricetta era senza pomodoro e prendeva il nome di gricia: questo ingrediente venne aggiunto quando i pomodori vennero importati dalle Americhe.

La scarpetta all'amatriciana de La Vacca 'mbriaca
foto di Martina

La ricetta, non solo è stata tutelata dal Comune di Amatrice con un marchio di origine, ma è anche stata inserita nel Registro Europeo delle Denominazioni d'Origini e Indicazioni Geografiche e riconosciuta come Specialità Tradizionale Garantita.

Manca solo risolvere l’eterno dilemma: bucatini o spaghetti? La risposta è solo una: bucatini!

Ti voglio lasciare con una curiosità. Il sugo all’amatriciana è talmente buono e così tanto radicato nella cucina romana, che un ristorante ha adottato una “formula” particolare: da La Vacca ‘Mbriaca potete ordinare una scodella di sugo all’amatriciana e mangiarlo con il pane abbrustolito!


#CACIOEPEPE

Veniamo ora alla cacio e pepe, altro piatto povero nato dall’attività pastorizia che tanto caratterizzò il Lazio nei secoli passati. I pastori, infatti, rimanendo lontani da casa per lunghi periodi, riempivano le loro bisacce con pezzi di formaggio stagionato, grani di pepe e pasta essiccata. Questi cibi potevano conservarsi per lunghi periodi, erano facilmente trasportabili e fornivano il giusto nutrimento per sostenere i pastori nelle loro attività quotidiane.

La cacio e pepe di Rimessa Roscioli
foto di Martina

È un piatto all’apparenza semplice ma i cui ingredienti devono essere perfettamente bilanciati per assicurare un’esplosione di sapore. A Roma, non c’è trattoria tradizionale o ristorante più ricercato che non la proponga nel proprio menù, rigorosamente servita con il tonnarello!

Tra tutte quelle che ho provato, quella di Rimessa Roscioli merita una menzione particolare per il perfetto equilibrio tra pecorino e pepe e per la sua cremosità!


Se questi piatti non ti bastano, qui trovi tutto quello che c’è da sapere su “sua maestà” la carbonara!

VILLA DELLA REGINA A TORINO

 UN’INCANTEVOLE RESIDENZA SABAUDA


Se vi trovate a Torino, sarete sicuramente passati almeno una volta per piazza Vittorio, una tra le più grandi d’Europa, e avrete dato un’occhiata alla sagoma della chiesa della Gran Madre.

Ebbene, proprio accanto a lei, sulla collina che domina dall’alto la città, si trova la poco conosciuta Villa della Regina, una fra le più incantevoli residenze sabaude, gioiello del barocco, dichiarate nel 1997 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO (biglietto d’ingresso 7€).

TIP: se la raggiungete in macchina, ci sono due parcheggi gratuiti di fronte alla villa dove poterla lasciare.

Fa parte della cosiddetta “Corona di Delizie”, ossia delle residenze volute dai Savoia intorno a Palazzo Reale e distribuite in tutto il territorio piemontese, destinate a regalare momenti di svago e piacere ai membri della famiglia reale.

L'ingresso di Villa della Regina
foto di Martina

Andiamo con ordine.

A quando risale la sua costruzione?

Al 1615 quando Maurizio di Savoia, figlio secondogenito del duca Carlo Emanuele I, affidò la trasformazione di una precedente vigna all’architetto Ascanio Vitozzi.

A cosa è dovuto il nome?

Al fatto che la villa passò continuamente nelle mani delle consorti dei sovrani. Nel 1868 Vittorio Emanuele II decise, tuttavia, di cedere la residenza in uso all’Istituto Nazionale delle Figlie dei Militari, fino al 1942, quando la struttura venne gravemente danneggiata dai bombardamenti, subendo il definitivo abbandono.

Ora sì che siamo pronti ad entrare!

Ci accoglie subito il corpo centrale della villa, avanzato verso la città, con ampie finestre e sormontato da una balaustra arricchita da sei statue; da esso, in perfetta simmetria, si sviluppano due prospetti laterali, terminanti in due torrioni. Se dai un’occhiata alle tue spalle, noterai una vasca di 20 metri di diametro, decorata da 10 statue, molte delle quali (ahimè!), acefale: è il Grand Rondeau.

Il Salone Centrale
foto di Martina

Non ci resta che varcare la soglia e rimanere a bocca aperta davanti al Salone Centrale, cuore pulsante della residenza. L’imponente spazio a doppia altezza fa parte dei rifacimenti realizzati dall’architetto Juvarra. Sarai investito dai raggi del sole che penetrano dai finestroni e che illuminano le decorazioni ad affresco dipinte da Dallamano. Qui è tutto un gioco illusionistico di tromp l’oeil che creano elementi architettonici a dir poco sbalorditivi!

Dal Salone si sviluppano gli appartamenti del re (lato collina) e quelli della regina (lato destro). Le diverse destinazioni d’uso e il lungo periodo di abbandono hanno portato alla dispersione degli storici arredi e delle collezioni. Ad esempio, nella Libreria si trovavano, alle quattro pareti, straordinarie scansie realizzate dall’ebanista di corte, Pietro Piffetti, con intarsi in avorio e legni pregiati, trasferite al palazzo del Quirinale tra il 1879 e il 1880 dove si trovano tutt’oggi.

Decorazioni di gusto orientale
foto di Martina

Passeggiando tra gli appartamenti del re e quelli della regina (erano costituite da tre ambienti: anticamera, camera e gabinetto), noterai, nelle decorazioni ad affresco, il grande fascino che l’arte orientale esercitava sulle settecentesche corti europee: le pareti sono un tripudio di figure, animali e scene di vita quotidiana che richiamano la lontana ed esotica Cina. Il Gabinetto Cinese verso Ponente è l’emblema di questo gusto, con la bellissima boisserie lignea giocata sul nero/rosso e le quattro Pagode, statue femminili di manifattura piemontese, ad imitazione delle porcellane orientali.

Il Teatro d'Acque
foto di Martina

Ma il meglio deve ancora venire!

Sul retro della villa, in un continuum progettuale, si adagia sulla collina il Teatro d’Acque, un giardino ad anfiteatro organizzato su tre livelli e concluso dalla Corona Boscata. Ogni livello presenta scalinate, rampe, cascate e sculture che lo rendono un gioiello dei giardini all’italiana. All’estremità opposta, la Rotonda era la zona destinata alla produzione di un ottimo vino Freisa; da questa terrazza, il punto di vista verso la città è unico: uno skyline indimenticabile dominato dalla sagoma della Mole!

Villa della Regina è uno straordinario esempio del legame che architettura e paesaggio stringono, creando un forte impatto in chi guarda; una perla del Barocco italiano assolutamente da non perdere!

Villa della Regina
foto di Martina

Se vuoi continuare il giro per Torino, qui trovi qualche altro spunto!